Senza denaro, sarebbe terribile

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Fonte: www.comune-info.net

Questo ipermercato resta chiuso per caos, si leggerà sui cartelli. Senza denaro, sarà terribile: i ricchi non saranno ricchi e i poveri non saranno poveri. Senza benzina, si correrà di meno e si respirerà meglio ma il panico si diffonderà. La fine di un capitalismo che buona parte della popolazione mondiale considera insopportabile ci fa paura. Perché?

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Dipinto di Beatriz Aurora

di Gustavo Duch

Sarà terribile, la crisi del debito finanziario porrà fine all’Euro come moneta unica, e al dollaro e allo yen come monete arroganti. Torneremo alle monete nazionali che, a una a una, anch’esse andranno scomparendo, cosicché non ci resterà altro che recuperare le monete locali, senza alcun valore di mercato, e poi le banche del tempo o qualsiasi altra forma di baratto umanizzato. Senza denaro, sarà terribile e i ricchi non saranno ricchi e i poveri non saranno poveri.

Si diffonderà il panico, finiranno il petrolio e i suoi derivati che muovono il mondo, e che per tutto il mondo muovono tonnellate di merci. Finiranno i viaggi low cost, i cibi esotici e, purtroppo, faremo ritorno al ritmo pigro degli animali che tirano carri, alle biciclette a pedali o alla barca a vela. Senza benzina, che paura, si correrà di meno e si respirerà meglio.

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Falliranno molte multinazionali che hanno scommesso forte sulla globalizzazione. Senza le varie Pescanova, Campofrio o Monsanto non ci sarà nulla nei frigoriferi dei Mercadona o Walmart. Chiuso per caos, scriveranno sui cartelli. E, cosa mangeremo senza l’industria alimentare? Cibi sufficienti, assortiti, freschi e sani che le reti e le cooperative senza fini di lucro riforniranno procurandoseli dai piccoli contadini e contadine.

Il sistema collasserà completamente, trascinando con sé la sanità e l’istruzione pubblica e noi, a ragione, ci indigneremo. La vita nelle città sarà complicata. Le fabbriche svuotate, i centri commerciali abbandonati e gli indici della disoccupazione che saliranno e saliranno ancora. Non ci sarà nulla da fare, le città si faranno più piccole con il ritorno di molta gente verso i villaggi di un tempo. Con meno urbanizzazione e più ruralità si faranno economie produttive semplici e sostenibili, i servizi comunitari saranno forniti esercitando le migliori vocazioni, e la comunità darà risposte, calore e allegrie.

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Fotografia da ortiscolastici.org

Ci attendono molti altri sussulti. Gli ospizi non accetteranno più di ammassare anziani come fossero resti della produzione e si trasformeranno in università del recupero del sapere. Allo specchio ci vedremo cambiati perché ci ri-conosceremo meglio. E nelle strade o nelle mense popolari troveremo amicizie, in maniera spontanea, senza neanche rendercene conto.

La fine di un capitalismo insopportabile ci fa paura perché non sappiamo (ancora) che senza di esso inventeremo forme comunitarie che ci faranno vivere meglio.

Nota della redazione

Nei giorni scorsi, Gustavo Duch ha ripubblicato sul suo blog, Palabre-ando, questo bel testo, scritto nel 2012, con il titolo originale “Comunitarismos”. Abbiamo scelto di cambiarlo per ragioni grafiche e per non generare confusioni tra i concetti di pensiero comunitario e comunitarismo che in Italia, negli anni, hanno assunto significati storici e politici molto diversi, non semplificabili in una nota. L’espressione che fa da punto di riferimento per l’esperienza più pragmatica che ispira i testi dello scrittore, veterinario (e molte altre cose) catalano non sembra comunque entrare nel merito del dibattito che ha investito le teorie sul comunitarismo in Italia.

Articolo scritto da Gustavo Duch nel 2012 e ripubblicato sul suo blog Palabre-ando il 21 maggio 2016

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