La speranza oltre la povertà

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Fonte: www.iconfronti.it

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di Giuseppe Foscari *

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Giuseppe Foscari

Ci sono due fattori emersi di recente che, se incrociati, ci restituiscono un’immagine del nostro paese davvero inquietante. Il primo, sulla base dei dati Istat, è relativo al numero delle persone indigenti: sono infatti oltre quattro milioni e mezzo i poveri in Italia. Il secondo concerne l’impressionante numero di cittadini italiani che ha smesso di curarsi perché non può pagarsi le medicine e le cure: circa undici milioni, anche se potrebbero essere molti di più, perché tanti, per pudore e dignità, neanche fanno sapere in giro di non avere soldi bastevoli.

Povertà e assenza di cure mediche perché costose sono diventate, e questo è il terzo aspetto rilevante, dati strutturali, ossia tratti congeniti della nostra società con riferimento all’ultimo triennio. Quadro infausto, che diventa ancor più triste e amaro ove si consideri che la povertà assoluta riguarda 2,3 milioni di donne e oltre un milione di minori e, allargando il quadro, ben aldilà di un milione di persone tra i 18 e i 34 anni.

Quali sono gli effetti? Sta accadendo di tutto: c’è un progressivo aumento delle strutture caritatevoli, che cercano di tamponare, provando a organizzare i due pasti al giorno per quanti non sono nelle condizioni di accedere ad una stabile e adeguata alimentazione. Questo è un tratto storico ben noto: gli istituti di carità, le confraternite, le mense dei poveri organizzate dalle parrocchie hanno rappresentato in età moderna una sorta di welfare state ante litteram, surrogando le funzioni che, poi, tra Ottocento e Novecento soprattutto, sono diventate una precisa responsabilità in larga parte a carico dello Stato. Giustamente, direi.

Oggi si assiste ad un ritorno al passato, con la progressiva demolizione dell’assistenza pubblica in nome del risparmio in uno dei gangli vitali di una società che ama dirsi “civile”, ma che, per usare una metafora ciclistica, corre per andare avanti, verso il benessere e il progresso, ma dimentica quelli che stanno dietro, che sono sempre di più e che andrebbero supportati nel loro percorso di vita.

Ed ecco, quindi, che il discorso prende un’inevitabile curvatura etica e politica. E ci chiediamo, dobbiamo chiederci, che sistema economico ha finito per prevalere, nel quale, l’egoismo, l’individualismo all’ennesima potenza e il conseguente abbrutimento dell’uomo sono diventati la regola, non l’eccezione? E in cui lo spazio per la solidarietà, l’amicizia tra cittadini, l’empatia come standard di vita sembrano sempre più chimere utopistiche che reali sussulti di un’emancipazione di valori? E che livello di Stato ci siamo consegnati, in cui il tecnicismo arido e forcaiolo ha avuto la meglio – ahimè – sulla capacità di immaginare un mondo di reti solidali, di politiche attive per il lavoro, di introdurre nel DNA collettivo l’idea di una società che includa e non emargini, che sostenga chi è in difficoltà e non li spinga nel burrone? In cui non vinca l’indifferenza, ma l’unione civile tra gli uomini?

Per fortuna, qualcos’altro che tenga assieme la società c’è ancora.

I banchi alimentari sono per esempio aumentati e spesso se ne conta almeno uno per città e nelle grandi metropoli, ovviamente, anche più di uno. I banchi sono un’indubitabile risorsa e fanno leva proprio sullo spirito di solidarietà degli uomini di buona volontà, cristiani, laici, atei o musulmani che siano.

Ma anche il web sta facendo la sua parte. Stanno nascendo come funghi i siti del baratto, le banche del tempo, i siti del regalo degli oggetti che in ogni casa conserviamo e che potrebbero essere utili per chi vive un disagio, dalla carrozzina per infermi a quella per bambini, dai giochini ai mobili per la casa.

Se penso a tutto ciò, e ci penso spesso, l’angoscia e la rabbia di essere in questo mondo di egoisti si trasforma in un sorriso, quello che ognuno di noi dovrebbe donare a chi ha gli occhi spenti o persi nel vuoto dell’altrui indifferenza.

* professore di Storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno.

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