La depressione nei disoccupati? L’elefante nella stanza del mercato del lavoro italiano

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Fonte: www.linkiesta.it

A Buccinasco, nel milanese, il progetto “Lavoro: come occuparsene senza preoccuparsene” è il primo corso rivolto ai depressi italiani senza occupazione. L’obiettivo è ricostruire le condizioni mentali adatte per rimettersi sul mercato in modo efficace

di Laura Antonella Carli

 

Il rapporto tra problemi lavorativi e depressione è complesso e difficile da sondare. Per disoccupati e inoccupati, ad esempio, allo stigma già forte della perdita del lavoro si aggiunge quello del malessere mentale, con tutta l’apatia e il pessimismo che ne consegue. Il circolo vizioso che si mette in moto – la disoccupazione che incide sull’autostima e rende ancora più difficile trovare un nuovo impiego – è il proverbiale “elefante nella stanza” delle politiche per l’impiego.

“A volte la società si dimentica che l’essere umano ha delle emozioni collegate a ciò che succede nella sua vita. Fare un percorso di orientamento e inquadramento mirato all’inserimento lavorativo (le politiche attive) è meno efficace se ci si dimentica che i soggetti in questione intanto si trovano in una specie di loop: a casa soffrono, si sentono in colpa, addirittura smettono di cercare tanto è il carico emotivo e il senso di sfiducia che li accompagna”.

A parlare è Ylenia Mazza, psicologa specializzata in formazione e orientamento al lavoro. Insieme a due colleghi e con l’aiuto della Banca del Tempo di Buccinasco (comune di 27mila abitanti dell’area metropolitana di Milano) ha messo in piedi il progetto Lavoro: come occuparsene senza preoccuparsene, focalizzato sul rapporto tra solitudine e disoccupazione. Questo esperimento sul territorio – realizzato con successo nel 2016 e ora in attesa di essere riconfermato – è stato presentato dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia in occasione della giornata mondiale della psicologia (in realtà una settimana: dal 9 al 14 ottobre).

Visto che il tema 2017 era “periferie esistenziali”, l’Ordine ha deciso di raccontare alcuni progetti di intervento psicologico gratuito nelle periferie e nell’hinterland di Milano. Un racconto che ha permesso in un colpo solo di decostruire due pregiudizi legati alla salute mentale. Ammettere cioè che la componente psicologica ha un ruolo importante nella ricerca di lavoro, e ribadire che il ruolo dello psicologo va oltre l’aspetto clinico e patologico, ed è importante (e in certi casi decisivo) per la qualità della vita delle persone, soprattutto in ambito lavorativo e sociale. «Il lavoro non è solo ciò che ci dà da vivere”, spiega Matteo Limiti, collega di Ylenia nel progetto: “Assolve anche tutta una serie di altre funzioni di tipo psicologico: riconoscimento, gratificazione. Permette di sentirsi utili e di costruire legami. Quando il lavoro manca, si impoverisce l’identità della persona».

Il progetto consisteva in cinque incontri di gruppo (con una fase individuale di bilancio delle competenze) nei quali, con un approccio psico-educativo, si cercava di ricostruire le condizioni mentali adatte a rimettersi sul mercato in modo efficace. Agli incontri hanno partecipato circa 20 persone, tutte italiane, tra disoccupati, inoccupati o con occupazioni saltuarie; uomini e donne (in proporzioni quasi identiche) con vari titoli di studio e diversi percorsi lavorativi alle spalle. «Il nostro obiettivo non era quello di trovare loro un lavoro (e appena l’abbiamo dichiarato, all’open day, molti si sono alzati e se ne sono andati) ma evitare che si scoraggiassero, che si muovessero nel modo sbagliato, che disperdessero le energie, che sviluppassero pretese assurde o che si aspettassero che il mondo del lavoro si sarebbe adattato a loro e non viceversa», racconta Matteo.

 

Si può continuare ad affrontare le problematiche lavorative in maniera asettica, stigmatizzare e colpevolizzare chi perde il lavoro e soprattutto chi non ha la prontezza di trovare subito una nuova occupazione (o a ricollocarsi in un mercato professionale radicalmente cambiato), oppure prendere atto di una problematica che esiste, al di là delle responsabilità personali. Si può continuare a ignorare l’elefante o affrontarlo con interventi propedeutici alle politiche attive

Alcuni venivano da un universo lavorativo non più attuale e completamente trasformato: non avevano nemmeno una casella di posta elettronica. «Molti ce l’avevano a morte con le agenzie per il lavoro e i duemila sportelli a cui si erano rivolti: si sentivano presi in giro e non aiutati». Altri, secondo gli psicologi, avevano aspettative del tutto irrealistiche, che non facevano i conti con variabili come il momento storico, l’età o la concorrenza, e questa visione non calibrata causava una chiusura testarda che li destinava inevitabilmente alla delusione. Altri ancora si erano lasciati andare a un atteggiamento vittimistico e – va da sé – controproducente.

Per Monica, 49 anni, di origine argentina, frequentare il corso è stato decisivo: «Mi ha dato una grossa spinta, facendomi sentire molto più determinata». Monica in Argentina faceva l’insegnate, ma il suo titolo di studio in Europa non è riconosciuto. Dopo essersi dedicata alla famiglia, con i figli ormai grandi, ha sentito l’urgenza di avere di nuovo una dimensione professionale e si è messa in cerca, ma con scarsi risultati. «È importante capire che quando sei disoccupato ti senti giù ogni giorno, costantemente. Ed è logorante. Magari abbiamo fatto determinati percorsi nella nostra vita e poi abbiamo dovuto lasciare tutto. E ritornare a mettersi in gioco in modo efficace non è facile».

Secondo Monica il corso è stato efficace per le spinte motivazionali che gli psicologi hanno saputo dare, ma anche perché, tra estranei che condividevano lo stesso disagio, è stato finalmente possibile sfogare le proprie sensazioni: «Ci ha aiutati a esprimere quello che avevamo dentro e che in famiglia o con gli amici avevamo vergogna di raccontare. Durante il primo incontro, raccontando a turno come ci sentivamo, ci siamo trovati a piangere tutti, a catena».

«Il vissuto emotivo è ancora un forte tabù», interviene Ylenia: «il primo giorno li abbiamo avvertiti: qui si parlerà di emozioni. Non sarete abituati: preparatevi. E alcuni hanno raccontato dei vissuti veramente personali e delicati, aiutati dal fatto che si trovavano in mezzo ad altre persone che, come loro, ogni sera si sentivano frustrate e si addormentavano con l’ansia della mattina successiva, in cui si sarebbero svegliati di nuovo senza sapere cosa fare».

Una delle preoccupazioni più diffuse era l’età. La maggior parte degli iscritti aveva tra i 40 e i 60, tra i quali alcuni laureati il cui titolo di studio era stato però conseguito decenni prima e che si sono ritrovati, a pochi anni dalla pensione, ad adattarsi a mansioni diverse, decisamente meno retribuite. Finito il ciclo di incontri, Monica, reagendo alla domanda di Matteo: «Rispondi di pancia: tu cosa vorresti fare?» ha frequentato un corso di formazione da assistente per l’infanzia. «Ho trovato anche un lavoretto… anzi, un lavoro», si corregge: «Faccio tutti i giorni da babysitter a una bimba di un anno, figlia di due insegnanti di tango argentino». Il nuovo lavoro le permette di mettere a frutto anche il suo bilinguismo, perché i datori di lavoro, appassionati di cultura argentina, vorrebbero che la figlia imparasse la lingua per essere agevolata durante i loro viaggi.

In realtà sono parecchie le persone che dopo il corso hanno trovato un’occupazione, magari temporanea, ma che ha comunque permesso di interrompere la spirale di inattività. Circa un terzo dei partecipanti ha deciso di proseguire gli incontri con un progetto di loro iniziativa, il Job Club, che di base è una piattaforma online di dialogo e segnalazioni, ma che prevede anche degli incontri di persona, sempre alla Cascina Robiola di Buccinasco presso la quale si è svolto il corso. Hanno anche un gruppo WhatsApp che si chiama Forza lavoro, usato per segnalare posti disponibili, motivarsi nei momenti di crisi e festeggiare i risultati positivi. Se il punto di partenza era l’isolamento sociale che la disoccupazione crea (a maggior ragione per chi vive solo), la rete che si è formata è già un risultato preliminare importante.

L’esperimento di Buccinasco serve a mettere a fuoco alcuni aspetti cruciali: si può continuare ad affrontare le problematiche lavorative in maniera asettica, stigmatizzare e colpevolizzare chi perde il lavoro e soprattutto chi non ha la prontezza di trovare subito una nuova occupazione (o a ricollocarsi in un mercato professionale radicalmente cambiato), oppure prendere atto di una problematica che esiste, al di là delle responsabilità personali. Si può continuare a ignorare l’elefante o affrontarlo con interventi propedeutici alle politiche attive, anche perché, come spiega il presidente dell’Ordine degli Psicologi Riccardo Bettiga, creare le condizioni mentali favorevoli non è utile soltanto per chi cerca lavoro, ma anche per chi assume, consentendo un incontro più fruttuoso tra domanda e offerta, che tenga conto di come i lavoratori sono in grado di rispondere a una determinata proposta di lavoro.

Il tutto in un’ottica della psicologia come intervento positivo, qualitativo. “Esiste un bisogno di psicologia che è molto più ampio e trasversale rispetto alla sola psicopatologia”, spiega Riccardo Bettiga: «Un bisogno che abbraccia un concetto più allargato di salute mentale. Oggi si parla molto di umanizzazione delle cure, ma l’aspetto psicologico, relazionale e umano è un tema attuale in tantissimi aspetti della società». «Con questo progetto», spiega Ylenia, «fondamentalmente abbiamo voluto dire ai nostri colleghi che per questo problema si può fare tanto».

 

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