Economia delle relazioni – Fenomeno di nicchia o esigenza sociale?

L’economia del profitto, con tutto il progresso tecnologico dell’era postindustriale, vincitrice incontestata di molteplici battaglie nel campo della salute e del benessere generale, lascia molti feriti sul campo.

A cominciare dai valori essenziali per l’essere umano a quelli della convivenza civile, molto sembra perduto per sempre. Rispetto per la vita, generosità, gratitudine, empatia, accoglienza, solidarietà, collaborazione, sostegno dei deboli sono stati sostituiti pian piano da altri valori ritenuti più adeguati al mondo attuale.

Il bisogno di denaro fa da padrone incontrastato nella nostra esistenza. Denaro uguale lavoro, uguale beni di necessità, uguale oggetti alla moda, uguale potere, ecc. Il denaro, insufficiente per tanti che genera senso di ingiustizia, rabbia, invidia, bisogno di rivalsa. Il denaro conquistato a fatica, tenuto stretto a difesa del proprio limitato benessere contro tutto e tutti.

“L’altro”, oggetto da conquistare, circuire, soggiogare, temere. L’altro, fuori della nostra casa interiore ed esterna. Esclusione, porte sprangate, cancelli chiusi.

E l’amore? Fenomeno raro, quasi in estinzione; tanto è precario, soggetto alle sirene delle facili e piacevoli novità.

Le connessioni virtuali dei social, espressione di una comunicazione stereotipata e svuotata di significato, hanno preso il posto degli incontri reali fra persone che si raccontano, condividono emozioni, si sostengono nelle vicende quotidiane.

I raduni imponenti organizzati dai mass media, presenze fisiche in un contesto comune che nulla lascia alla relazione concreta, hanno sostituito le piccole riunioni finalizzate a un’idea, un tema, un progetto da realizzare insieme.

In un panorama così desolato, quale meraviglia se crescono gli attacchi di panico, le sindromi d’ansia e depressive fra i giovani e gli adulti di tutte le età? Quale meraviglia se i fenomeni di accaparramento, sopraffazione, violenza (di genere e non) crescono a dismisura nelle metropoli, così come nelle piccole comunità territoriali? In questo deserto di benessere artificiale, sbandierato come il nuovo Eden, l’uomo è disperatamente solo.

Cosa può appagare la legittima ricerca della felicità personale, cosa può creare armonia fra noi e gli altri? La ricerca di soluzioni come sempre parte dal basso, da chi non vuole cedere allo sconforto, da chi crede nella sorgente d’amore, che malgrado tutto alberga in ciascuno di noi. Un piccolo seme può germogliare se gli creiamo intorno le condizioni minimamente favorevoli. Del resto non è vero che anche in mezzo alle rocce possono crescere piante bellissime?

Pochi volenterosi sperimentano forme di aggregazione nuove, o forse soltanto rievocazione di antichi usi di piccole comunità che improvvisamente rivelano la loro vitalità. Condivisione, scambio, aiuto reciproco, rispetto per l’ambiente sono gli elementi fondanti di questa ricerca di una nuova economia sottratta al consumismo, alle logiche alienanti del mercato globale, all’individualismo competitivo, alla disumanizzazione dei rapporti. Esperienze specifiche e teorizzazioni sembrano seguire una logica comune che scaturisce da esigenze sentite dai più: risparmiare, tutelare la salute, vivere relazioni sane con chi ci sta intorno.

Esperienze di baratto di oggetti, strumenti d’uso, arnesi; Bla Bla Car per chi vuole un passaggio in macchina; Zero relativo, la prima community per il riutilizzo degli oggetti di qualsiasi genere; Loc Loc per affittare ciò che usiamo poco; i Food share, piattaforma nata a Caltagirone, dove alcuni giovani raccolgono le eccedenze per donarli alle famiglie in difficoltà; l’Albergo diffuso; lo Scambio Ospitalità/Lavoro sono tutti esempi di modi diversi attraverso i quali singoli cittadini, o piccoli gruppi attuano forme nuove di un’economia più umana e fondata sulla condivisione.

Un’economia che viene studiata, descritta, teorizzata da vari autori, economisti, sociologi. La Sharing economy si coniuga in una miriade di teorizzazioni ed esperienze di condivisione, collaborazione, scambio. La Decrescita felice di Latouche e in Italia di Maurizio Pallante fa nascere numerosi circoli che diffondono valori nuovi contro il consumismo sfrenato e il degrado ambientale. La Società liquida descritta da Bauman, muove altri studiosi alla ricerca di ciò che non deve andare perduto se vogliamo ridare un fondamento solido all’umanità a rischio di estinzione. In America il libro di Rachel Botsan “Wat’s mine is yours “ (ciò che è mio è tuo), conquista migliaia di lettori.

Ed ecco, siamo a noi! Vent’anni fa in Italia nascevano le Banche del Tempo: una definizione quasi provocatoria “Banche” come se fossero un deposito di denaro e “Tempo” a sottolineare che ben altro vogliono custodire e far fruttare. Il tempo è proprio quello che rincorriamo ai nostri giorni. Non abbiamo mai tempo per noi, per i nostri cari, pressati come siamo dalla nostra infinita corsa per soddisfare le esigenze quotidiane. O forse abbiamo troppo tempo, e non sappiamo che farcene, quando viviamo in solitudine, a margine della vita sociale della quale non sappiamo tenere il passo. Saper trovare un tempo per noi, per aiutare qualcun altro, come possiamo e sappiamo fare, sembra la sfida della Banca del Tempo. E in tanti ci provano. Con successo pare, se questi gruppi si sono diffuse in tutt’Italia, in Europa, diventando centinaia, migliaia. Sono quasi cinquecento le Banche del Tempo in Italia e con la loro rete stanno coprendo tutto il territorio nazionale. In Europa sono una realtà consolidata e hanno una funzione di welfare sociale riconosciuto dalla istituzioni nazionali.

Pochi sognatori di un mondo più giusto che rimetta l’uomo al centro della propria vita? Pochi uomini-soggetto che riscoprono nella propria umanità l’essenza del proprio vivere? Tutti abbiamo bisogno di sentirci sostenuti, apprezzati, amati. Tutti abbiamo bisogno di fidarci, stimare, amare. Se stanno male altri, vicini o lontani, stiamo male anche noi. Siamo fratelli in questo universo che pure ci accoglie e ci nutre benevolmente. Lo sappiamo in tanti. Cambiare direzione non è un privilegio di pochi, è una necessità dell’essere umano.

Marcella Franchino
Presidente Banca del tempo di Catania e Battiati

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