Convegno Ventennale del Coordinamento delle Banche del Tempo di Roma

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Banca del Tempo come orologio della città connettiva

24 Ottobre 2016 Sala della Regina – Camera dei Deputati

Relazione – Maria Luisa Petrucci

convegno-20ennale-roma-003Sono passati vent’anni da quando le prime banche del tempo sono nate. Nella vita di una persona i primi vent’anni rappresentano il periodo della costruzione di un progetto di vita; nella vita di un’associazione a vent’anni si fanno i primi bilanci sul significato di un’esperienza, del cammino percorso, del radicamento sociale, dell’idea originaria.

La banca del tempo ha molti aspetti in comune con altre esperienze sociali: è volontariato, è donazione, è auto organizzazione ma il suo carattere distintivo sta nello scambio paritetico del tempo un’ora vale un’ora per tutte le attività scambiate.

Paul Mason, in un suo lavoro di grande interesse, individua nella banca del tempo, un’esperienza sociale tra le più originali e innovative del Post-capitalismo. Un destino formidabile -a pensarci bene- per un’idea che nasce dalle relazioni di buon vicinato della civiltà contadina, attraversa la vita della città intelligente -connettiva come vogliamo proporla-, e viene proiettata nella prospettiva del postcapitalismo.

Narrare l’esperienza di questi vent’anni significa narrare relazioni condivise di persone fino a quel momento estranee, scambio di storie di persone che hanno voluto essere protagoniste della vita della comunità.

Le relazioni tra soggetti, attraverso lo scambio paritario, hanno trasformato bisogni, esigenze, sogni in progetto sociale per migliorare le condizioni di vita personali e collettive, trasformando un bisogno da fatto personale a fenomeno collettivo.

La Storia

convegno-20ennale-roma-033La nostra storia prende forma nel febbraio del 1996 con la deliberazione della giunta del comune di Roma che motiva il primo atto di nascita delle banche come “progetto sperimentale “ Banca del Tempo” uso del tempo con finalità di scambio e solidarietà sociale” inserendolo nel piano dei tempi e degli orari della città.

Affermava Mariella Gramaglia amministratrice ancora nel cuore di noi tutti, nel primo convegno nazionale delle bdt “abbiamo cominciato con un piccolo e prudente laboratorio insieme alle donne della Cgil di Roma; l’abbiamo fatto con passi felpati ma anche con la paura di sbagliare, invece….c’è stata un’estensione velocissima e diffusa.”

Il Comune di Roma, come diceva ancora Mariella, ha avuto un ruolo da levatrice più che da mamma cioè, è stato come chi assiste a una nascita, che la promuove, che la spinge piuttosto che chi ne prende il carico. Ha, quindi, fatto nascere le bdt ma ha affidato il loro sviluppo alle banche stesse. Le Associazioni che hanno aderito, hanno messo a disposizione risorse di esperienza di competenze e i propri volontari, assumendosi il compito di aprire gli sportelli e organizzarli, forti del loro radicamento territoriale.

Ma perché tutto questo lavoro non rimanesse chiuso nell’ambito territoriale, le associazioni hanno dato vita al Coordinamento Banche del Tempo, quale rete coesa, propositiva, di elaborazione del progetto romano. Dalla prima ricerca del dipartimento di sociologia Università degli studi della Sapienza, è delineato l’identikit della bdt:

  • “Volontariato leggero” in cui l’organizzazione non è vincolata a una -gestione rigida dei tempi, dei modi e degli spazi relativi allo scambio di competenze o servizi.
  • Correntisti che non sono semplicemente utenti dei servizi ma anche protagonisti attivi delle modalità di gestione degli scambi.
  • “Femminile singolare”, femminismo pragmatico: infatti, le due spinte all’adesione vengono da soggetti che godono di opportunità di gestione flessibile del tempo, dall’altro individui vincolati a una scansione più rigida del budget time, che proprio per questo chiedono alla banca di fornire prestazioni specifiche in tempi prestabiliti.

Queste due ultime caratteristiche motivano il dato di percentuale maggioritaria delle donne rispetto agli uomini.

Altro dato interessante riguarda le attività, attività dette di servizio, piccoli aiuti d’idraulica, aiuti a persone per fare la spesa, cucito e al secondo posto attività e scambi culturali.

In questi anni la composizione degli utenti si è modificata molto, si alza la percentuale di persone con un titolo di studio medio-alto, si alza la percentuale d’iscrizioni da parte degli uomini, ma si alza anche la media dell’età che vede molto over sessanta.

Saperi e attività culturali salgono al primo posto come la richiesta di visite alla città, mostre, teatro lingue, internet….

C’è quindi, una richiesta sempre più diffusa d’iscrizioni e di apertura di banche. Tale crescita è legata alla crescita di bisogni culturali e relazionali. La platea dei correntisti sta evolvendosi, sempre più rivolta a una gamma di bisogni più raffinata.

Le banche del tempo sviluppano una fitta rete di relazioni e progetti con le altri organizzazioni e istituzioni del territorio (Scuole di ogni ordine e grado, università, centri igiene mentale, associazioni, consumatori, centri sociali) aiutando a incrementare il capitale sociale a disposizione delle comunità territoriali. E, sotto il profilo legislativo sono stati fatti, come abbiamo ascoltato passi importanti e decisivi per lo sviluppo del ruolo delle bdt.

Attualmente sono attivi a Roma 17 sportelli, dislocati in 13 Municipi.

Gli iscritti sono circa 9000.

Oggi possiamo affermare che le banche mantengono una vivacità e una consapevolezza del loro ruolo di enzimi nella città e di passione che ci consente di aprire alla popolazione le bdt tutti i giorni, nella maggior parte dei municipi e scambiare moltissime ore. Grazie soprattutto alla passione e al coinvolgimento delle operatrici e operatori impegnati nel lavoro quotidiano. Ma, rispetto anche a dieci anni fa, si percepisce uno stato di disagio, di difficoltà nelle nostre banche per un affievolirsi del sostegno da parte delle amministrazioni che si sono succedute nel tempo. Sostegno all’attività e presenza delle banche nei municipi in termine di sedi e di mezzi operativi.

Il futuro

convegno-20ennale-roma-026Celebrare oggi una sfida quale è stata il radicamento a Roma della banca del tempo è anche una stimolante, almeno per me, avventura intellettuale, che vorrei condividere con voi tutti. Per questo abbiamo voluto organizzare i nostri lavori con una prima parte in cui presentiamo la nostra attività a vari livelli sia interni sia nei riflessi sociali e istituzionali, nella seconda invece vorremmo entrare nel merito del futuro della nostra esperienza.

Esattamente questi 20 anni, che ci separano dai primi tentativi di condividere questa esperienza che, insieme a un gruppo di pioniere, ci aveva entusiasmato per la sua ricchezza di contenuti sociali e culturali, sono gli anni del grande sconvolgimento digitale, possiamo dire sono il tempo della rete.

Un tempo che è cresciuto accanto a noi, che ci ha incalzato, e oggi inevitabilmente bussa alle nostre porte per chiederci un confronto. Ebbene sì, credo di poter dire, che ci troviamo ora come comunità della Banca del Tempo di fronte a due dimensioni temporali, a due modi di intendere e vivere il tempo: quello tradizionale, scandito dalle attività e dai legami materiali, che si snoda negli ambienti fisici della nostra vita, e il nuovo tempo digitale, che corre e brucia usi e costumi del passato.

Albert Einstein, che di tempi di ogni tipo si intendeva, con quel suo sottile velo di distaccata ironia con cui giocava a dadi con Dio, per usare una sua celeberrima espressione, diceva che l’unica ragione del tempo è fare in modo che non tutto capiti contemporaneamente.

Noi siamo figli culturalmente di quella storia, dove tutto capitava conseguentemente, e dove era possibile organizzare, pianificare, governare l’uso del tempo. Dove, come la nostra esperienza dimostra, è stato possibile scambiare il proprio tempo e cooperare con il tempo altrui.

Ma siamo nati, siamo coevi con le nuove reti e con tutte le implicazioni che ciò implica, sia in termini di modelli organizzativi che di modelli relazionali.
La banca del tempo è stata questo: un cuneo di socialità, potremmo dire una pratica di umanità, che si è impiantata nella città. E questo è il secondo tema che proponiamo oggi alla vostra riflessione: la città come vetrina ma anche come fabbrica di socialità. La nostra idea è sempre stata che la banca del tempo fosse uno degli attrezzi per costruire quella che poi è stata generalmente chiamata la smart city.

Noi abbiamo la pretesa di essere stati fra le prime tecnologie sociali di un lungo percorso per rendere smart la nostra città: una tecnologia leggera, diffusa, condivisa e immateriale. Questi ultimi tre aggettivi- diffusa, condivisa e immateriale- mi portano davvero a pensare che la nostra sia stata una di quelle esperienze che ha aperto la strada alla rete, che ha concorso a sollecitarla, a renderla indispensabile, a darle una forma. In questo pensiamo di essere dentro ad un grande flusso della storia del mondo, quella per cui sono i bisogni e le relazioni delle donne e degli uomini a determinare i processi tecnologici e non viceversa, per cui l’avvento di magiche tecniche impongano poi processi sociali e umani.

Noi ci sentiamo, nel nostro piccolo, un frammento di questa grande cultura che pure ha scavato molto nel secolo scorso e che oggi è chiamata a misurarsi con questo straordinario nuovo ambiente che è l’insieme delle infinite relazioni immateriali che caratterizzano l’economia, la cultura, la politica e le istituzioni.

Questo pomeriggio oggi noi siamo ospiti di una grande istituzione del nostro paese, la Camera dei Deputati, dove grandi passi sono stati fatti in questi ultimi anni per declinare queste nuove soluzioni tecnologiche in termini di democrazia e di trasparenza arricchendo ruolo e prestigio della stessa istituzione.

Dicevo, dunque, che noi siamo, di fatto, parte di questo nuovo mondo, che ne condividiamo alcune caratteristiche che identificano anche noi, appunto: l’essere diffusi, sul territorio, condivisi, fra i nostri correntisti e i molti utenti, ed essere immateriale come l’oggetto che maneggiamo che è proprio il tempo come risorsa. Ma premessa e condizione di questi tre aggettivi ve ne era un quarto, che poi era il primo nella mia lista identificativa: leggerezza, nel senso in cui Baumann usa tale parola. Noi pensiamo che queste nuove forme della socialità, sia nella versione delle pratiche sul territorio, come la nostra, sia in quella della pratica digitale quotidiana, debbano essere soluzioni lievi che mettono il soggetto umano al primo posto, che lo rendano protagonista dei processi d’innovazione e di cooperazione.

Il carattere leggero della nostra esperienza e la leggerezza in cui noi intendiamo l’integrazione nella pratica a rete, è il punto di innesto e di intervento nella città. In sintesi noi pensiamo che la Banca del Tempo sia stata una di quelle esperienze che ha reso più fruibile e sostenibile la nostra città. E soprattutto siamo sicuri che in futuro la nostra proposta possa essere uno dei motori di sviluppo, modernizzazione e socializzazione della città.

Tanto tempo fa, alla fine del 400, rientrando nella sua Firenze, Pico della Mirandola, uno di quegli spiriti del Rinascimento che oggi è considerato un precursore delle culture della rete, si sentiva chiedere da un suo discepolo: maestro che luogo è questo dove si vive senza seminare? In effetti, era relativamente da poco che ci si stava trasferendo in ambiti metropolitani, lasciando le campagne dove la casa era a bordo del proprio campo.

Un vero trauma per un’umanità che credeva che la terra fosse l’unica risorsa per vivere. Pico della Mirandola rispose “ questa è la città, un luogo dove si parla e si scambia, e si conosce”.

Questa sua definizione vale ancora per me: la mia città è un luogo dove si parla, si scambia e si conosce.

Dove si parla fra cittadini, si comunica per vivere e per decidere, ci si connette per cooperare. Dove si scambia, non solo oggetti e denaro, ma anche disponibilità e abilità, in definitiva relazioni, dove si collabora e si coopera. Infine dove si conosce, dove aumentano e si praticano i saperi, ma dove si conosce anche se stessi, nelle capacità e nei valori che abbiamo per noi e per gli altri.

La nostra è una vera banca di questi beni: comunicazione, cooperazione, identità. Questi capitali, queste tecnologie, queste soluzioni diventano le risorse della nostra esperienza. Entrano nei quartieri, nei municipi, nelle case, supportano ed estendono le opportunità di vita di gente normale.

Sussidiariamente diamo la possibilità ai cittadini di autogovernare i propri bisogni, e all’ente pubblico di non dover sempre e solo intervenire sui casi particolari.

Questo non significa che la nostra esperienza sia un fenomeno istintivo e naturale, avulso dalle strategie e dalla politica. Tutt’altro. Proprio perché entriamo nello spirito del nostro tempo, perché interveniamo in quella dimensione fondante delle nuove relazioni a rete che è appunto il tempo di attenzione, la capacità di occuparsi per una quota della giornata di un problema o di un’aspirazione, di un desiderio altrui, noi non possiamo non diventare un aspetto della governance della città. Noi dobbiamo essere “usati” dai vertici della nostra città. Le istituzioni devono cominciare a riflettere su questa risorsa che è l’ambizione, la capacità e l’opportunità di autorganizzarsi da parte dei cittadini.

Non è un invito all’irresponsabilità, è una prospettiva nuova del governo della cosa pubblica in cui gli elettori-utenti-cittadini diventano soggetti cooperanti, interlocutori negoziali.

Non siamo soli in questo scenario, dinanzi a noi vediamo un mondo muoversi nella nostra direzione: i fenomeni di sussidiarietà nel monitoraggio del territorio cosa sono se non l’idea di banche di cittadinanza? Le nuove forme di produzione di energie rinnovabili, secondo modelli a Grid di interscambio fra singoli utenti cosa sono se non la prefigurazione di banche del calore?

Siamo cittadini della rete, dunque, ma come dicevo con caparbia e aggressiva lievità. Stiamo nella rete non solo per estenderla ma anche per modificarla, per contaminarla, per adeguarla.

La città è il nostro palcoscenico, ma anche il nostro laboratorio. Noi pensiamo, questa è la proposta attorno a cui vorremmo lavorare con il vostro aiuto, a una sorta di vera integrazione della banca del tempo, e di altre eventuali esperienze che convergano con questa ispirazione di rete leggera, nella riorganizzazione della macchina comunale.

Noi pensiamo a un vero Assessorato del Tempo, a uno snodo che strategicamente ripensi il servizio della pubblica amministrazione dalla parte del tempo di vita e di relazione e non solo in virtù della singola prestazione.

convegno-20ennale-roma-031Un Assessorato che possa realmente pianificare le forme di gestione della macchina comunale alla luce degli spezzoni di esperienze e di abilità che crescono sul territorio. Ma ancora di più. La rete ci insegna che 1+1 fa 3. Ossia la combinazione di saperi e competenze con altri saperi e competenze produce un valore aggiunto, che apre nuovi spazi di iniziativa e di coinvolgimento. La smart city a nostro parere è questo: un grande orchestratore di questa continua combinazione dei patrimoni sociali che crescono sul territorio.

Pensate solo in termini di integrazione sociale e di moderna accoglienza cosa potrebbe valere un sistema di indicizzazione e di valutazione delle competenze dei molti immigrati che arrivano da noi e la possibilità di metterle e disposizione dei singoli municipi. Oppure il tema degli anziani, o ancora quello dei giovani dispersi dal lavoro.

Insomma inizialmente nel resoconto della nostra attività vi ho parlato di quello che abbiamo fatto, ora ho accennato a quello che potremmo fare, ma soprattutto a quello che la città, le istituzioni, potrebbero fare insieme a noi e insieme al nostro sogno.

Di questo vorremmo concretamente discutere oggi, non solo per celebrare ma per costruire e continuare a sognare, fondatamente.

Vorrei concludere con una nota personale: in una breve visita a Vicenza ho provato una profonda emozione davanti all’opera del Palladio. Il senso di questa emozione l’ho ritrovato nelle parole con le quali il grande architetto del Rinascimento enuncia i principi che ispiravano la sua opera.

“Tre cose in ciascuna fabbrica, (come dice Vitruvio) debbono considerarsi, senza le quali niuno edificio meriterà esser lodato; e quelle sono l’utile o comodità, la perpetuità, e la bellezza: perciocchè non si potrebbe chiamare perfetta quell’opera che utile fosse, ma per poco tempo: ovvero che per molto non fosse comoda; ovvero che avendo ambedue queste, niuna grazia poi in se contenesse.”

Per me anche la BdT è la “Sua Basilica” in cui, nel progettare e costruire, consideriamo i tre criteri dell’utile, della perpetuità e della bellezza.

L’utilità dello scambio, il protrarsi nel tempo (siamo già a vent’anni) e la bellezza delle nostre relazioni.

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